Il problema non è adottare l’AI, è usarla male
L’intelligenza artificiale è già entrata nel lavoro quotidiano. Secondo i dati dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, oggi il 44% dei lavoratori la utilizza, in crescita significativa rispetto all’anno precedente. Una tendenza confermata a livello globale: come riporta il Microsoft Work Trend Index 2025 (ricerca condotta su 31.000 professionisti in 31 paesi) l’adozione dell’AI nelle aziende è in forte accelerazione.
Eppure, questa diffusione non si traduce automaticamente in trasformazione. Il punto non è l’adozione. Il punto è l’uso.
L’AI è diffusa, ma resta operativa
I dati mostrano chiaramente che l’AI è ormai uno strumento diffuso, ma il suo utilizzo resta limitato. La maggior parte dei lavoratori la considera un supporto operativo, uno strumento per attività ripetitive o un assistente per velocizzare task già esistenti.
Come evidenziano le ricerche di Gallup condotte su aziende di Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Australia, i CEO registrano un effetto minimo dell’AI sulla produttività a livello organizzativo, nonostante i guadagni individuali siano reali: le aziende non hanno ancora riprogettato i flussi di lavoro, i ruoli o i processi intorno all’AI. Il risultato è una diffusione ampia ma superficiale, l’AI è presente, ma non incide in modo significativo sull’architettura del lavoro.
Efficienza senza impatto reale
Uno degli effetti più evidenti dell’AI è il tempo che libera. In media, i lavoratori risparmiano circa 30 minuti al giorno grazie al suo utilizzo. Ma questo dato evidenzia anche un problema.
Solo il 9% delle organizzazioni gestisce in modo strutturato questo tempo guadagnato. Nella maggior parte dei casi viene riassorbito in attività marginali, senza generare un reale aumento di valore. A conferma di quanto sia difficile trasformare efficienza in impatto, una ricerca pubblicata su Harvard Business Review, condotta da BetterUp Labs in collaborazione con Stanford, ha rilevato che il 41% dei lavoratori si è trovato a dover rivedere e correggere output generati dall’AI, con un costo medio di quasi due ore di lavoro aggiuntivo per ogni caso.
Questo crea un paradosso nel quale l’efficienza cresce, ma l’impatto resta limitato. L’AI migliora la produttività individuale, ma non viene utilizzata per ripensare il lavoro o sviluppare nuove attività.
Il vero gap: dall’adozione alla trasformazione
Il dato più rilevante riguarda proprio questo passaggio. Solo una organizzazione su quattro ha iniziato a riprogettare i processi utilizzando l’AI. Come afferma BCG nel suo report annuale AI at Work 2025, le aziende stanno realizzando che introdurre strumenti di AI nei processi esistenti non è sufficiente: il valore reale emerge solo quando si ridisegnano i flussi di lavoro in modo strutturato.
Il gap non è tecnologico, ma organizzativo. Lo conferma il Microsoft Work Trend Index, secondo cui i fattori organizzativi (cultura aziendale, supporto del management, pratiche di sviluppo del personale) generano il doppio dell’impatto rispetto all’utilizzo individuale dell’AI. Un esempio concreto è l’AI Ranking di nCore HR: invece di affiancare il processo di selezione, vi si integra direttamente, restituendo ai recruiter una valutazione oggettiva dei candidati già strutturata sui requisiti della posizione, cambiando il modo in cui il lavoro viene fatto, non solo la velocità con cui viene eseguito.
Domande frequenti
- Quanto è diffusa l'AI tra i lavoratori?
Oggi circa il 44% dei lavoratori utilizza strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro.
- Come viene utilizzata principalmente?
Soprattutto come supporto operativo per attività ripetitive o standard.
- Qual è il principale limite attuale?
L’assenza di un’integrazione strategica nei processi aziendali.
Conclusione
L’AI è già diffusa e continuerà a crescere. Ma i dati mostrano chiaramente che la sua adozione non è sufficiente a generare cambiamento.
Il rischio oggi non è restare indietro, ma fermarsi a un utilizzo superficiale, in cui la tecnologia migliora l’efficienza senza trasformare il lavoro.
Il vero vantaggio competitivo non sta nell’avere l’AI. Sta nel saperla usare nel modo giusto.


